La notte Morfeo reca sovente
l'onirico oblìo a conforto de l'alma,
fatuo sollievo del cor sofferente,
che l'umano affanno lenisce e calma.
Ei seco m'adduce fin ne l'averno,
tra l'anime morte, ombre gementi,
nel regno del buio, del duolo eterno,
di care, rimpiante, perdute genti.
Come fra sterpi risalta una rosa,
così nel tenebro lucente emerge,
immagin di donna bella e radiosa,
mia madre angelica e su tutti s'erge.
Dolore, gioia, immensa emozione
mi squassa il petto, ne strazia il cuore,
alla mirabil, desiata visione
di chi m'inondò di sublime amore.
Tutta protesa in riva a l'Acheronte,
con l'occhi fissi sul feral carco
de l'ombre traghettate da Caronte,
attenta scruta l'anime allo sbarco. . . .
Confida di veder finir l'attesa,
che giunga presto il figlio suo diletto
ed in simbiosi tra amore e difesa,
tenerlo stretto sul materno petto.
Le grido in pianto ma. . . non può sentire,
ch'attendo sol che Atropo decida
di farci presto ancora riunire,
che di mia vita il refe alfin recida.
Però purtroppo ancora non è d'uopo,
pur s'è piuttosto l'età mia avanzata. . . .
D'una vita ch'ormai non ha più scopo,
la fine ancor, ahimè, vien rimandata.
Qui si finisce il prodigioso viaggio. . . .
ed io mi desto in preda ancor del pianto !
E' giorno ormai, me ne rattrista il raggio,
ché sol la notte io me la vedo accanto.
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quel momento arriverà e sua madre abbraccerà. Con tanto affetto un suo modesto allievo.
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